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Tebaldi-Butterfly ossia della Nobile Innocenza

Molti sanno per certo – o può darsi anche che l’abbiano intellegibilmente presagito – che Renata Tebaldi, pucciniana per somma adesione vocale e psicologica, abbia consapevolmente nutrito più di un dubbio prima di far suo sulla scena un ruolo che, visivamente, sembrava porsi all’opposto della credibilità di un’interprete in possesso di una taille ideale per Floria Tosca, per Minnie e, perché no?, anche per una non impossibile Turandot, tutta ripensata, in anticipo sui tempi, in chiave di donna regalmente distante eppure già fragilmente presaga della passione vincente del suo Principe Ignoto.

La decisione arrivò a fine ’57, quando l’insistenza di molte direzioni teatrali - ben sicure di un esito vocale d’eccezione e del relativo appeal sul pubblico, come già per una fortunata incisione dell’opera nel 1951 – ebbe facile ragione sulle resistenze del soprano, desiderosa di cimentarsi finalmente con un ruolo prediletto, ad onta di superabili obiezioni, tutte di carattere extramusicale.

Ad inizio’58, furono i fortunati catalani del Gran Liceo di Barcellona a godersi l’evento del debutto teatrale del soprano in kimono, quando la prevedibile suggestione musicale si asommò alla partecipatività affettiva determinata dalla recente morte della madre del soprano, talmente colpito dall’evento da farne temere l’addio definitivo al canto.

Seguirono, nell’estate successiva, una reincisione dell’opera con partners (Bergonzi e la Cossotto, in primis) del tutto diversi da quelli che le avevano fatto corona nel ’51, nonché una serie di recite affollatissime a Napoli, nella spazialità ampliata dell’Arena Flegrea, dall’acustica privilegiata. Seguirono, ad anno nuovo, esibizioni all’Opera di Roma e, poi, tante performances americane, con l’avallo di un Kondrashin, di un Mitropoulos e di un Leinsdorf sul podio. E qui, al convincimento vocale, si aggiunse la perfezione di una gestualità ammirevole, suggerita da un regista giapponese di autentico rango. Purtroppo, lo stress emotivo che coinvolgeva il soprano nell’esprimere il ruolo (e non è stato certamente il solo a soffrirne), ne determinò l’abbandono scenico fin dal 1961.

Una ristampa su Cd ci ha ridocumentato il rilievo innegabile delle rammentate recite napoletane e ne abbiamo già trascritto la lusinghiera recensione a firma di Stephen Hastings su una recente numero di “Musica”. Ora, sempre sugli esiti tebaldiani come Butterfly, non ci dispiacerebbe riportare in estratto quanto espresso sulla rammentata incisione Decca del 1958 da Anna Angelini, rimpianta giornalista bolognese che fu, tra l’altro, inviata speciale de Il Giornale Nuovo in gloriosa epoca Montanelli. L’abbiamo letto sfogliando le svelte pagine di una monografia dedicata al capolavoro pucciniano per la serie Invito all’Opera dell’editore Mursia (peraltro, il volume si avvale anche di preziose chiose di Piero Mioli):
<…la Tebaldi…è una Butterfly somma… Il canto pucciniano, sfrondato da colorature e ornamenti, privato di pezzi chiusi come arie recitativi e cabalette, attenuato nel rigore ritmico della tradizione, si svolge tutto come un lungo arioso, fondandosi sul registro centrale della voce e ascendendo a quello acuto con la più libera espansività: in tanto è l’ideale per la voce solare di RenataTebaldi, insieme con quello tardo-verdiano che lo precede nella dissoluzione appunto della coloratura, dell’ornamento, del pezzo chiuso e impermeabile, del rigore ritmico (capolavori indiscussi della Tebaldi “romantica” sono La Forza del destino, Aida, Otello). S’aggiunga il carattere sentimentale, tenuemente patetico, dolcissimo dell’eroina pucciniana e s’avrà un’immagine ineccepibile delle premesse alla somma interpretazione; ma non si dimentichi la classe espressiva, potenziata rispetto alla (Victoria) de los Angeles se non altro per lo stupore della voce, né si negligano la lettura precisissima, la sicurezza tecnica, la naturalezza del legato. Così il sopraggiungere di Cio-Cio-San sembra insensibile, per via della sonorità volutamente bassa, ma ben presto la magnificenza timbrica conquista a voce più piena il bellissimo arioso “Spira sul mare”; l’attacco della romanza “Un bel dì vedremo” appare anch’esso come casuale, nella disinvoltura dell’emissione, che poi pian piano esala una soavità espressiva inaudita, tutt’uno con la sapienza tecnica; il colloquio con Sharpless suona semplice, naturale, conversativo appunto, ma mai s’avverte un’incrinatura, un’incertezza, una disuguaglianza nella voce fenomenale e nell’emissione sorvegliatissima. Il finale secondo è poi l’apoteosi di quello che si deve qualificare come il più bel timbro vocale nella musica d’arte del XX secolo, perché “Scuoti quella fronda di ciliegio” attende dalle voci che l’interpretano una tonalità proprio floreale, decorativa ma languidamente, spettacolare ma semplicemente, liberty ma senza artificio. Quanto al finale terzo…, è sua cifra la proposta di un maggiore fervore drammatico, che la Tebaldi supera d’incanto – come sempre – con la mirabile continuità del colore nonché del volume e la grande padronanza tecnica….>.Questo è quanto e sembra che di più e meglio proprio non possa dirsi. In aggiunta, sarà forse utilmente da aggiungere qualcosa che in pochi conoscono, anche per informarmene chi ha espresso ripetutamente il rimpianto che non si sia mai realizzata, per “Madama Butterfly”, un’auspicata collaborazione Tebaldi-Karajan. Ebbene, in proposito, fu anche sottoscritto un contratto da entrambi gli artisti, ma, alla concreta realizzazione, s’interposero i malintesi che avevano contrapposto soprano e direttore al momento della loro incisione dell’“Aida” viennese, determinandoli alla rinunzia. Qui, comunque, potrebbe soccorrerci anche il noto saggio che insegna che “sul latte versato è inutile piangere”, determinandoci ad accontentarci (si fa per dire!) dei bellissimi documenti giuntici fin qui.

Vincenzo Ramon Bisogni